E' d'attualità in Italia, oggi, parlare di pensioni, dopo che il da poco insediato governo Monti ha varato una manovra (di lacrime e sangue come è stata definita ancor prima di prendere forma).
Io non sono un grande esperto di pensioni, me ne rendo conto, però non ne farei un dramma di questa manovra. Il sistema cambia, vero, però cambia per ricambiare, a parer mio. Tutti sanno che sono misure temporanee e che il prossimo governo farà un'altra riforma delle pensioni. Si passa dalla pensione a 40 anni per gli uomini e a 35 anni per le donne (anni di lavoro s'intende), ad una pensione a 42 anni di lavoro e 65 minimo di età, e gradualmente fino a 66 e poi 67 anni d'età, con incentivi a lavorare fino ai 70.
Ora, questo sistema mi può anche stare bene. Però mi viene spontanea una domanda: Se un lavoratore rimane a lavorare fino a 70 anni, come può aumentare il lavoro per i più giovani? Delle due, solo una: o si prevedono lavoratori anziani o si fa spazio ai giovani.
Più in là si spinge un lavoratore, meno posti di lavoro rimangono liberi per i giovani che si affacciano sul mondo del lavoro, ciò non fa altro che incrementare la disoccupazione.
Un po' come un gatto che si morde la coda, o una coperta che è sempre un po' troppo corta; da qualunque lato viene tirata, lascia sempre qualche parte scoperta.
Lo Stato non ha i fondi per pagare le pensioni e così prova a spennare fino a 70 anni i lavoratori con le trattenute nelle buste paga; dall'altro rileva incrementi di disoccupazione, giovanile soprattutto, che vorrebbe fronteggiare ma che non fa altro che facilitare.
Come risolvere?
Bella questione questa.
Forse un aiuto potrebbe venire dall'abbattere una volta per tutte, la più grande contraddizione dell'istituto della pensione: la pensione d'oro.
Non è logico prevedere alti importi di pensione per manager e politici soprattutto, a dispetto delle pensioni minime e ridicole che sono previste per determinate categorie di lavoratori (i coltivatori diretti ad esempio, su tutte).
5-6 mila € per un politico rispetto ai 400 € per un coltivatore diretto.
Soprattutto se si pensa che il politico matura il diritto/privilegio della pensione dopo appena 5 anni di legislatura in un'aula del Parlamento, servito e riverito (oggi lievemente modificato l'iter ma sarà oggetto di future disquisizioni) e il coltivatore diretto invece deve lavorare 40 anni nei campi, sotto il sole e sotto la pioggia. E diversi sono anche i guadagni percepiti durante l'attività lavorativa.
Risparmiando su queste pensioni, dando un taglio netto e deciso ai privilegi, ed adeguandoli alla "normalità" del valore della pensione per i comuni cittadini, allora si potrebbe ottenere un bel tesoretto di risparmio, che poi potrebbe essere ripartito in uno dei due seguenti modi:
1) innalzando equamente le pensioni minime (questa scelta migliorerebbe la situazione di chi percepisce pensioni inadeguate per il costo della vita oggi ma lascerebbe intatto il problema della disoccupazione);
2) distribuire queste somme per creare nuovi posti di lavoro oppure distribuirli sotto forma di ammortizzatore sociale per quei soggetti che non riescono ad entrare con stabilità nel mercato del lavoro.
Sarebbe questa una cosa che io farei ma dubito che sarà mai fatta dal momento che chi decide delle pensioni dei comuni mortali, percepisce vitalizi da 5-6 mila €.

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